È arrivata la pausa e come di consuetudine anche quest’anno il D.S Marini Bon ha voluto organizzare la classica gita al lago di Auronzo con partenza da Villa Santina. Sveglia di buon mattino, ritrovo a San Giovanni e partenza. Presenti famiglia Sari al completo, Alessandro, Valentino, Ferdinando, Maycol e Nicolò con mamma e papà e per finire Marino e Marco Voncini. Dopo il trasferimento in auto fino a Villa Santina si parte in bici, Marino Maycol Ferdinando e Nicolò da subito mentre Alessandro Valentino e Zeno partono da Forni. Maycol non conoscendo il percorso da subito tiene il ritmo alto ma qualche chilometro dopo comincia ad arrancare.

Per i pedalatori più assidui, quello che proponiamo è un giro diventato ormai un classico, da poter percorrere per buona parte dell'anno.

Partiamo da Manzano pedalando fino a Loch di Pulfero da cui, dopo lunga ascesa, raggiungiamo Montefosca. Da qui scendiamo al Pian di Fraccadicce, saliamo a Bocchetta Sant'Antonio per ridiscendere a Canal di Grivò. I più allenati poi potranno compiere l'ascesa verso Valle di Soffumbergo ed il vicino borgo di Pedrosa. Scesi a Campeglio, si tornerà al punto di partenza dopo una novantina di chilometri, conditi da un dislivello di circa 1600 metri.

Lasciata la (ex?) “Capitale della Sedia”, pedaliamo verso Cividale cercando di evitare la trafficata provinciale. Giunti nella città ducale, prendiamo per Purgessimo e in breve siamo a Ponte San Quirino da cui si dipartono le varie diramazioni verso le valli. Ci indirizziamo verso l'ex valico confinario di Stupizza, che però non toccheremo. Infatti, poco dopo Pulfero, seguiamo a sinistra le indicazioni per Montefosca.

L'arrivo a Calla

Oltrepassato il ponte sul Natisone a Loch, da Podvarschis inizia la prima parte della salita che ci condurrà a Montefosca, che avrà il suo culmine nello scollinamento di Calla.

La strada sale subito ripida con alcuni stretti tornanti che in breve ci faranno guadagnare quota. Il bosco ci da un minimo riparo dal caldo dell'estate, ma ci sarà comunque da sudare. Dopo alcuni chilometri raggiungiamo la località di Erbezzo; la strada spiana un po' e ne approfittiamo per guardarci un po' intorno. Alla fine del paese si risale ed in breve siamo a Zapatocco, altra piccola graziosa borgata delle Valli del Natisone. Siamo al quarto dei sette chilometri di questa prima fase: la pendenza fin qui è stata sopportabile. Ora la pendenza si incattivisce e per due chilometri, fino al bivio per Goregnavas, raggiunge il 10%. Le ultime fatiche ci portano a Calla, dal cui belvedere possiamo spaziare lo sguardo alla pianura friulana. Un duro tornante ed una breve china ci portano alla Cappelletta votiva dove scolliniamo. Una breve deviazione a destra ci consente di visitare la Chiesetta di Sant'Andrea, riferimento religioso dei valligiani. Ora una leggera discesa ci permette di arrivare a Montefosca.


Pian di Fraccadicce

Numerose sono le abitazioni disabitate in paese, segno di una fervida attività pascoliva andata progressivamente in abbandono. Oltrepassata la piazza, dopo un'ampia curva, la salita riprende rabbiosa. Un paio di ripidi tornanti ci portano a quota 850 metri, punto più alto dell'uscita. Con cautela scendiamo verso Pian di Fraccadicce, lungo una stretta rotabile dal fondo dissestato. All'agriturismo Zaro c'è la possibilità di ristoro: percorsi didattici inoltre spiegano la storia del luogo.

 

 

 

Bocchetta Sant'Antonio

La tranquillità del posto ci distrae dalla fatica della breve erta che conduce a Bocchetta Sant'Antonio.

Una sosta è d'obbligo: la vista spazia a 360 gradi e nelle giornate più terse si potrà vedere il mare... Al vicino crocevia prendiamo la strada in discesa che cala verso Faedis. Le curve sono numerose e molto tecniche, sarà bene non farsi prendere troppo la mano...

 

 

 

 

 

 

 

Panorama dalla Bocchetta

Giunti a Canal di Grivò, svoltiamo subito a sinistra e risaliamo verso l'ultima asperità di giornata. La salita inizia subito dopo il paese e la sua pendenza è molto costante. Fiancheggiamo le recinzioni di una cava piuttosto estesa, mentre il fondo stradale si fa dissestato.

Il borgo di PedrosaGiunti all'abitato di Valle, un ultimo sforzo ci permette di raggiungere la borgata di Pedrosa, che si presenta mostrandoci un grosso ripetitore di pessimo impatto ambientale! Il piccolo nucleo abitato però merita una visita. Scendiamo di nuovo al bivio esvoltiamo a sinistra. La discesa anche qui è piuttosto tecnica, la strada però è abbastanza larga e in breve scende a Campeglio. Allo Stop svoltiamo a sinistra e raggiungiamo Cividale. Da Premariacco proseguiamo dritti in direzione Buttrio ed in pochi chilometri siamo di nuovo a Manzano.

Luoghi come quelli che oggi abbiamo visitato, ci permettono di vivere una pedalata di grande serenità. Posti solitari immersi nella natura e nel silenzio, rotto soltanto dal rotolare delle nostre ruote sull'asfalto. Questo è senz'altro un giro alla portata di ciclisti mediamente preparati che vogliono passare una mezza giornata nel verde dei nostri boschi più belli.

Che cos'è che fa di una normale salita un'ascesa destinata ad entrare nel mito? La sua lunghezza? Le La vallata sottostantependenze più o meno accentuate? Il numero dei tornanti?

Noi crediamo che la notorietà procurata da un certo evento porti i ciclisti di ogni età e livello a lanciare la sfida personale a tale salita; voler raggiungere la vetta per la soddisfazione di avercela fatta! Fino ad alcuni anni orsono il monte Crostis e la strada che lo lambisce (la “Panoramica delle Vette”) erano pressochè sconosciuti ai più, schiacciati dalla notorietà del vicino monte Zoncolan, con i suoi duri versanti da scalare in bicicletta. Ed è per un certo verso paradossale la fama acquisita dal monte Crostis: quest'anno il Giro d'Italia doveva passare proprio su queste strade e la rinuncia all'ultimo momento di alcune squadre ha fatto saltare il passaggio, rendendo questa salita ancor più ambita dai semplici appassionati , che ne hanno fatto quasi qualcosa che sembra loro riservata. Anche noi abbiamo voluto salire fin quassù, ad assaporare l'ebbrezza dei duemila metri e toccare “con ruota” la celeberrima “Panoramica delle Vette”!

Il nostro giro ha preso inizio da Tolmezzo, dove abbiamo lasciato gli automezzi. Il primo tratto si è rivelato piuttosto trafficato: la strada che porta a Villa Santina è l'unica arteria che introduce in Carnia, per la Val Degano e verso il Cadore, attraverso il Passo della Mauria. Raggiunta Ovaro, dopo breve salita, siamo scesi a Comeglians dove ci aspettava la salita che tanto abbiamo atteso... Una piccola galleria segna l'inizio della sfida: già alcuni tratti al 12% ci si presentano in faccia ed è necessario prendere un ritmo costante per non Le cascate di Salinosoffrire troppo, più avanti... Giunti all'abitato di Tualis, fiancheggiamo “Piazza Giro d'Italia”, cartello che ci fa capire quanto queste genti tengano alla corsa rosa (almeno fino a prima del fattaccio). Il fondo stradale si presenta in ottime condizioni pur restringendosi dopo l'ultimo paese. I tornanti cominciano a susseguirsi con frequenza; recenti abbattimenti di piante non ci tengono la testa all'ombra e la fatica si fa sentire... Le pendenze si attestano fra il 9 e l'11%: non si può scappare! I chilometri passano lenti, le curve si susseguono e la salita sembra non finire mai... Al 12esimo chilometro la pendenza si fa impietosa: alcuni stretti, ripidissimi tornanti ci impongono un terrificante 18%; per fortuna sappiamo che lo scollinamento è vicino e cerchiamo di resistere. Finalmente la strada spiana leggermente ed il monumento dedicato ai Donatori di Sangue friulani, indica il termine della salita: 14,4 chilometri con un dislivello di oltre 1400 metri, fanno di lei una delle più dure in regione. Il panorama? Sì, ora riusciamo a godercelo tutto! Malga Chiadinas, poco sotto, offre un ottimo punto di ristoro primaSulla panoramica delle Vette di risalire in sella. I 1982 metri appena toccati, fanno di questa la strada asfaltata di maggiore altitudine in regione. Ora affrontiamo il tratto più spettacolare: un traverso in quota su strada sterrata di oltre 6 chilometri, con alla nostra sinistra la cresta verdeggiante del monte Crostis. Vediamo ancora le reti di sicurezza per il (NON) passaggio dei “girini”: un lavoro enorme di centinaia di volontari, vanificato dalle scelte di pochi. Più in basso le malghe immerse fra i pascoli; al nostro avanzare ci impressiona alle nostre spalle il tratto in costa appena percorso: la strada sembra disegnata nel verde paesaggio di una cartolina! Ripreso l'asfalto, inizia la lunga ed impegnativa discesa verso Ravascletto. E' bene rimanere concentrati e scendere in sicurezza, cercando di pennellare le giuste traiettorie. Una pausa a Sella Valcalda divide la discesa in due: ora la carreggiata diventa comoda e scendiamo rapidi fino a Sutrio dove attraversiamo il torrente But. Prendiamo a sinistra la strada per Paluzza, che in breve raggiungiamo. Entriamo in paese e saliamo lievemente, in attesa del nostro secondo, difficile obiettivo di giornata. Risaliamo la Val Pontaiba; dopo Treppo Carnico, la strada si impenna di nuovo e le residue forze sembrano non bastare. I chilometri che ci dividono da Ligosullo sono pochi, le pendenze però sono durissime e gli ampi tornanti che vediamo sopra di noi non ci danno morale. Il sole picchia senza tregua mentre Tratto sterratofinalmente un  primo scollinamento ci fa riprendere fiato. Il tratto più duro è alle spalle; ancora un breve tratto di saliscendi ci conduce a forcella Lius e da lì al Passo Duron. E' fatta! Ci ricompattiamo un attimo; un'ampia strada con curve spettacolari ci conduce in un lampo alle porte di Paularo. Due tornantoni in prossimità della Chiesa ci costringono a pieghe da motociclista; finalmente siamo a fondovalle e alla fontana ci prendiamo una meritata pausa. Per evitare la lunga galleria della strada provinciale, prendiamo a destra per Salino, le cui cascate meritano una breve visita. Dopo alcuni saliscendi, siamo finalmente sulla strada principale. Da Cedarchis valichiamo il ponte sul Chiarzò ed in pochi chilometri caliamo verso Tolmezzo, al punto di partenza. Il dislivello odierno è stato di 2500 metri, su un totale di poco meno di 100 chilometri. I tanti ciclisti che ogni giorno arrivano lassù sul Crostis fanno sì che in questa stagione sia stato molto più trafficato del suo più celebre dirimpettaio (lo Zoncolan), il che fa presagire che questa sarà una salita destinata ad essere famosa nel mondo. Dopo una giornata come questa rimane la sensazione di aver compiuto una grande impresa personale. La conquista di una salita da leggenda.

Malga PoccetAndando alla scoperta di alcuni angoli poco conosciuti della nostra regione, stavolta abbiamo scovato un itinerario molto particolare, che ci ha permesso di compiere l'attraversata dalla Val Canale alla Val Dogna, toccando alcuni panoramici complessi malghivi, immersi nel verde della natura. Dal paese di Dogna siamo partiti alla volta di Pietratagliata per risalire i versanti Nord-Ovest dello Jof di Dogna e del monte Schenone, le cui vette sfiorano i duemila metri. La splendida carrareccia di collegamento fra le malghe ci ha portato fino ai 1700 metri di altitudine, per poi condurci in discesa, attraverso la bellissima sella Bieliga, alla strada asfaltata della Val Dogna, non prima di averci regalato degli indimenticabili scorci panoramici sullo Jof di Montasio.

Parcheggiamo i mezzi in uno slargo sotto il viadotto autostradale, circa un chilometro dopo aver imboccato la strada della Val Dogna. Un controllo alla pressione delle ruote e all'efficienza di frenata, come sempre conviene fare, e via! Partiamo puntando verso Nord, cercando, per quel che ci è possibile, di evitare il traffico della Strada Statale. Pochi chilometri di asfalto in leggera salita ci consentono di mettere in moto le gambe, fiancheggiamo il fiume Fella, il cui alveo porta ancora qualche segno dell' alluvione del 2003. Giunti a Pietratagliata, valicato il nuovo ponte, svoltiamo a sinistra seguendo le indicazioni per malga Poccet. Da qui inizia una salita su asfalto che con numerosi, ampi tornanti ci porta fino al pascolo superiore. Fortunatamente saremo riparati dall'ombra del bosco, che allevierà in parte la fatica. La Malga Jeluzpendenza è vicina al 10% lungo tutto il tragitto e solo nello spazio dei tornanti ci è concesso di rifiatare un attimo. Finalmente la diramazione di alcune stradine bianche sono il preludio all'ultimo tornante; il bosco lascia spazio alle praterie pascolive e in breve siamo a malga Poccet, a quota 1356 metri d'altitudine. L'ottimo punto di ristoro all'aperto permette di godere di uno sguardo ad Est verso la lunga cresta da cui svetta il cupolotto dello Zuc dal Bor (2195 metri). Una così buona birra a prezzo tanto stracciato, potrebbe essere di per sé un buon motivo per fermarci a vivere qui per sempre (!), ma è il caso di montare di nuovo in sella, altri panorami ci aspettano! Saliamo ancora su asfalto per alcune centinaia di metri e di colpo la strada, chiusa al traffico veicolare, diventa bianca, rifilandoci pendenze impegnative. Un primo scollinamento apre la vista ai pascoli di malga Jeluz, riconvertita a ricovero per gli escursionistiIl Leone della Serenissima. Avvicinandoci alla casera notiamo un blocco di pietra su cui è scolpito il volto del leone della Serenissima. In tempi remoti proprio qui passava il confine tra la proprietà veneziana e le terre austriache; un gruppo di escursionisti ha rinvenuto in zona questo cippo confinario che proprio all'ingresso della casera ora fa bella mostra di sé. Procediamo oltre la selletta, salendo alcuni tornanti che ci avvicinano al versante Nord del monte Schenone. Il fondo ghiaioso è ben compattato, ma è dura lo stesso... Saliamo di quota fino al punto più alto del nostro giro: i 1690 metri del monte Agar. Improvvisamente lo scenario cambia di nuovo, scendiamo lievemente fino ad intravedere un altro pascolo. La strada diventa rovinata, tanto da farci mettere il piede a terra per qualche metro. Ora scendiamo veloci fino a raggiungere malga San Leopoldo, a quota 1565 metri. Le coperture sono state gravemente danneggiate da un incendio ed il comparto viene monticato saltuariamente Gli asinelli di san Leopoldoda ovini ed alcuni asini. Rientriamo nel bosco; la discesa diventa entusiasmante e in un attimo siamo alla splendida Sella Bieliga. Scendiamo in mezzo ai pascoli, tralasciando a sinistra la traccia che porta a malga Berda. Davanti a noi si staglia l'imponente mole dello Jof di Montasio che, con i suoi 2754 metri, è il monte più importante delle Alpi Giulie italiane. Il panorama che si offre ai nostri occhi è inconsueto: mai ci era capitato di poter ammirare il profilo di una montagna da un balcone così privilegiato.

Intravediamo sulla destra la sagoma di malga Bieliga, che raggiungiamo dopo breve, dura risalita su strada cementata. Ancora uno sguardo prima di entrare nel bosco. La discesa ora diventa veloce, alcuni tornanti ci costringono ad insistere con forza sulle leve dei freni. Il fondo è dissestato ma con attenzione in pochi minuti scendiamo all'abitato di Chiout. Riguadagnato l'asfalto, ci troviamo a metà della Val Dogna e scendiamo veloci pennellando le migliori traiettorie. Dopo circa 7 chilometri siamo alle vetture e il nostro giro purtroppo è già finito... Anche questa Lo Jof di Montasiovolta ci sono state concesse vedute spettacolari sulle montagne friulane. Ambienti come questi vanno vissuti e riscoperti. In soli 34 chilometri e con un dislivello complessivo di circa 1400 metri, si possono visitare scenari che cambiano in continuazione, luoghi poco battuti dove si può vivere e respirare la natura nella sua pienezza. Certo, un po' di sportiva sofferenza non mancherà, ma il fantastico paesaggio sarà il premio per chi vorrà mettere le ruote della propria mountain bike su queste strade d'alta quota.

 

Pika

 

 

La mountain bike permette di raggiungere dei posti dove in bici da corsa non si può arrivare; strade bianche e sentieri non sono ostacoli insuperabili. Andar per malghe non richiede particolare tecnica di guida, servono soltanto gambe più o meno allenate e soprattutto voglia di conoscere e visitare luoghi lontani dalle classiche mete. Questa sorta di cicloescursionismo detto, in gergo mtb, “all mountain”, ci ha condotto questa volta nelle prealpi Giulie, a risalire le pendici del monte Quarnan prima e del massiccio del Plauris, poi. Abbiamo potuto visitare in una sola giornata le malghe Quarnan, sopra Gemona del Friuli e le malghe Ungarina e Confin a monte dell'abitato di Venzone. Sotto l'aspetto prettamente ciclistico/prestazionale, possiamo dire che la prima ascesa alla malga Quarnan è uno scherzo di fronte alla durissima salita alle malghe Ungarina e Confin! Anche il paesaggio è apparso diverso: nel bosco la salita alla nostra prima meta, mentre la seconda ad alta quota si apriva su vasti pascoli a solatio.

Da Ospedaletto di Gemona, punto di partenza, pedaliamo in direzione sud fino a risalire il centro di Gemona, poco prima della piazzetta, saliamo a sinistra seguendo le indicazioni per malga Quarnan. Le pendenze si attestano intorno al 6-7% e si manterranno costanti fino quasi all'arrivo. Lasciamo le ultime case e ci addentriamo nel bosco su una stretta strada asfaltata infarcita di tornanti. A quota 600 metri lasciamo sulla sinistra la cementata che sale a sella Foredor, dalla quale scendono le acque del Rio Vegliato. Saliiamo incrociando i sentieri che conducono in cima al monte Quarnan e alla sua Cappella dedicata al Redentore, ben visibile dalla pianura friulana. I tornanti si susseguono e saliamo gradevolmente protetti dall'ombra del bosco. In breve siamo in uno slargo prativo su cui sorgono alcuni stavoli sempre ben curati. A quota 967 metri l'asfalto termina e la nostra pedalata prosegue su una carrareccia dal fondo un po' sconnesso. Ad un bivio seguiamo ancora la tabella che ci conduce alla vista di malga QuarnanMalga Quarnan. Qui, oltre alla produzione casearia, è attivo un accogliente agriturismo dove Sara e Pietro sapranno offrirvi un ottimo ristoro, con la possibilità di pernottamento. Già di per sé questa è una meta appagante, ma il nostro secondo obiettivo di giornata incombe ed è ora di ridiscendere. Per la stessa strada siamo di nuovo a Gemona, prendiamo per breve tratto la Statale ed in pochi chilometri raggiungiamo Venzone. Poco oltre il centro, saliamo a destra verso borgo Sottomonte. La strada è asfaltata e si inerpica lungo il torrente Venzonassa, le cui acque fanno sentire il loro forte scrosciare. Le pendenze si fanno subito aspre fino ad una contropendenza che ci conduce all' unica umida galleria. All'uscita l'asfalto finisce per lasciare spazio ad una carreggiabile ghiaiosa. I tratti più ripidi (ce ne saranno molti) presentano un fondo cementato; siamo a quota 760 quando lasciamo sulla destra borgo Prabunello, piccolo nucleo di case restaurate ed abitate solo in estate. Nonostante la tremenda fatica, preferiamo la “due ruote” all'auto: i tornanti sono strettissimi e terribilmente ripidi, pertanto rinunciamo volentieri a questa esperienza di guida estrema... Dopo aver incrociato il bivio con la bianca che conduce a forcella Tacia, entriamo nel “Livinal di Confin”, qui le pendenze si incattiviscono ulteriormente, superando abbondantemente il 10%. Finalmente ai 1100 metri usciamo dal bosco e vediamo in alto la La strada appena percorsatraccia che seguiremo verso le malghe. Da lontano intravediamo la verde copertura della malga Confin, prima però prendiamo la breve deviazione che a sinistra ci porta in 5 minuti a casera Casera UngarinaUngarina (a 1296 metri): vero belvedere sulla valle del Tagliamento. Ritornati al bivio, pochi minuti ci dividono dalla meta principale. Giunti a malga Confin (a metri 1331), dopo una faticaccia di 13 chilometri, possiamo finalmente godere di un po' di meritato relax. Un'ottima cucina, così come i prodotti caseari, saranno il premio per l'impresa odierna. La simpatia e la familiarità dei gestori ci farà passare dei bei momenti. Trascorrere la notte qui sarà un'esperienza indimenticabile: oltre alle numerose escursioni sulle vicine cime, sarà possibile assistere alla trasformazione in loco del formaggio e riposarsi nella tranquillità di questi luoghi, così pacifici. Malga ConfinLo scampanìo delle mucche al pascolo saranno gli unici gradevoli rumori, lo scandire delle ore è dato dalle attività giornaliere concesse dalla luce del sole. Interni di malga ConfinA malincuore inforchiamo la nostra bicicletta per riportarci a valle, la discesa è ancora lunga! Giunti a Venzone, in pochi minuti ritorniamo al punto di partenza.

Abbiamo salito oggi un dislivello di 2300 metri, suddiviso in circa 65 chilometri. Ovviamente si può scegliere di raggiungere le malghe in due giornate diverse oppure, ancor meglio, di pernottare in quota e godere di un tramonto da cartolina... Sarà comunque un'esperienza indimenticabile!